Il testo descrive, in modo suggestivo, un’antichissima società umana, collocabile all’inizio del tempo, molto progredita spiritualmente, socialmente e tecnologicamente; la sua repentina caduta; la lenta, faticosa, risalita fino agli elevati livelli della nostra civiltà europea di qualche decennio fa; poi nuovamente un declino, che si avvicina al crollo, e siamo nella realtà di oggi.
Il selvaggio col telefonino è l’immagine del nostro scadimento come popolo: non è che torniamo alla barbarie (magari), ma affondiamo ogni giorno di più nell’amoralità, nella volgarità, nella bassezza soddisfatta, nell’ignoranza compiaciuta, nella grettezza e mancanza di rigore – mentale prima che morale.
Questo genere di regresso è avvenuto nella storia d’Italia per l’abdicazione o la corruzione delle classi dirigenti, il contentarsi di essere quello che già siamo, il non chiedere più niente a noi stessi.
E’ la dittatura collettiva del “fellah” urbanizzato.
“Fellah” è la parola egiziana che indica il bracciante agricolo, in Italia il “cafone”.
Il cafone d’oggi ha il telefonino (o la Mercedes, o la laurea alla Bocconi) ma la sua mente resta quella dello zappatore.
Il suo repertorio di curiosità e di ambizioni resta limitatissimo: il sesso, il “mangiare”, il “vestire”, il calcio, sono tutto ciò che esige dalla vita.
Questo tipo umano è estraneo alla cultura, all’arte, al pensiero, alle attività umane alte che costituiscono la civiltà; per lui sono inutili, e ne frena e ne soffoca la comparsa nella società.
Come lo zappatore quando va alla fiera del paese, diffida dei competenti, degli intelligenti, e in generale della complessità della vita, mentre dà cieca fiducia ai venditori di amuleti: è lui che ha arricchito le infinite Vanna Marchi della nostra vita collettiva, politica, mediatica e spettacolare. E’ lui che impone il suo “stile”: la maleducazione, la rozzezza, la vile violenza e la svaccata ineleganza che chiama “Made in Italy”.
Questo libro tenta di essere un manuale di aristocratizzazione, di ri-educazione alla civiltà, che dichiara il suo debito, tra gli altri, al filosofo-educatore della modernità, Ortega y Gasset.
Non esorta a tornare solo all’etica, ma anche all’estetica: al capire che certe azioni tipicamente italiane, prima che delinquenziali e disoneste, sono “brutte”, ignobili, volgari.
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